Industria e governance siano alleati per la sostenibilità

Intervista a Giuseppe Ricci, Presidente di Confindustria Energia al Blog Energia

Presidente, l’aspetto cruciale della transizione energetica è quello degli investimenti. Il recente rapporto di Confindustria Energia sulle “Infrastrutture Energetiche” lo quantifica per le infrastrutture primarie in 96 miliardi euro tra 2018 e 2030 (8 miliardi/anno), con un effetto moltiplicatore sull’economia di oltre 3 volte. Il PNIEC allargandone il perimetro li valuta in circa 172 miliardi (13,2 miliardi/anno). Oggi siamo non di poco al di sotto. Quali sono a Suo avviso i maggiori ostacoli alla loro realizzazione: regolatori, finanziari, autorizzativi?

Con lo studio sulle Infrastrutture energetiche siamo riusciti a portare allo stakeholder una visione di insieme sugli investimenti necessari per traguardare gli obiettivi ambientali, in chiave di sostenibilità e crescita, previsti dalla strategia energetica nazionale e ripresi in larga parte dalla proposta di Piano Energia e Clima. Ad una governance certa sul percorso della decarbonizzazione disegnato per l’Italia, dovrà assolutamente affiancarsi una logica imperniata sulla neutralità tecnologica lasciando che sia il mercato a decidere quali tecnologie saranno in grado di rispondere alla sfida ambientale nel modo più efficiente ed efficace.

Il maggiore ostacolo alla realizzazione di investimenti e infrastrutture energetiche non è di tipo finanziario ma connesso ai lunghi e incerti iter autorizzativi

Il nostro studio ha messo insieme gli investimenti previsti nei piani delle Associazioni della filiera energetica, per cui il problema non è finanziario ma il maggiore ostacolo alla loro realizzazione sono gli iter autorizzativi, molto lunghi e dall’esito incerto e le problematiche derivanti dall’accettabilità delle popolazioni locali.

Il consenso è pre-condizione per la realizzazione di ogni progetto. Quali iniziative Confindustria Energia intende realizzare per accrescere il livello di informazione verso i territori e i consumatori per conseguire la più ampia e necessaria condivisione sulla loro realizzazione?

Abbiamo mai pensato a come sarebbe vivere un giorno senza energia? Partirei da questo.
Quanti sono disposti a rinunciare alla disponibilità e affidabilità dell’energia in tutte le sue forme? Questa è la prima cosa su cui i cittadini debbono essere portati a riflettere, perché siamo abituati a dare per scontato quello che abbiamo e dobbiamo recuperare il valore delle cose e il senso di responsabilità. Iniziative adeguate di informazione, aumentano la trasparenza dei dati e il senso di disponibilità delle parti a discutere sulle soluzioni da adottare, creando le condizioni essenziali per ottenere il consenso. Consenso che va coltivato nel tempo, assicurando coerenza e mantenendo la credibilità.

Il consenso va coltivato nel tempo, assicurando coerenza e credibilità, lavorando sull’immagine della filiera energetica così da valorizzarne i progressi e le innovazioni nel campo della sostenibilità

Bisogna lavorare molto sull’immagine della filiera energetica, valorizzando adeguatamente i progressi e le innovazioni che sono intervenute nel tempo nel campo della sostenibilità. Ormai l’industria energetica si muove sulla logica della complementarietà e della Life Cycle Analysis, dove tutte le fonti energetiche, rinnovabili e tradizionali, e le soluzioni tecnologiche sono chiamate a dare il proprio contributo alla decarbonizzazione. Questo è il messaggio principale che deve passare e non può che avvenire attraverso una corretta comunicazione su tutti i livelli e che coinvolga stakeholder e società civile. In Confindustria Energia ci stiamo concentrando su questo.

Relativamente al tema della mobilità elettrica ritiene realistici gli obiettivi contenuti nel PNIEC di raggiungere nel 2030 6 milioni di auto tra ibridi e elettrici puri, di cui 1 milione di questi ultimi?

Non conosco la metodologia di calcolo che è stata impiegata nel PNIEC per quantificare lo sviluppo della mobilità elettrica e ibrida.

Sicuramente il suo sviluppo avrà maggiore significato quando sarà prevalente la quota delle fonti rinnovabili nel mix di generazione elettrica, miglioreranno le tecnologie delle batterie (per abbatterne i costi, migliorarne la durata e renderne lo smaltimento più compatibile con l’ambiente) e verranno realizzati ingenti investimenti sulle infrastrutture di ricarica e sulle reti per far fronte alla maggiore domanda di energia elettrica conseguente. Oggi i veicoli elettrici non sono ancora economicamente competitivi e il loro impatto, calcolato a vita intera, non presenta tutti questi vantaggi ambientali di cui si parla. In realtà per rendere la mobilità più sostenibile occorre principalmente da una parte ridurre il congestionamento delle grandi aree urbane e dall’altra migliorare la qualità dell’aria. Intervenendo su questi fronti di ottengono anche enormi benefici in termini di riduzione delle emissioni dei gas serra.

I veicoli elettrici non sono ancora né economicamente competitivi né particolarmente vantaggiosi sotto il profilo ambientale; nell’immediato è più importante il potenziamento del trasporto pubblico e condiviso e lo svecchiamento del parco auto

Se affrontiamo il problema in questo modo è evidente che i primi interventi da fare sono per il potenziamento del trasporto pubblico (meglio su rotaia) e condiviso (car sharing) e per lo svecchiamento del parco auto, perché i veicoli più vecchi (sono quasi la metà di quelli circolanti) inquinano 100 volte di più di quelli di ultima generazione, anche se alimentati da fonti fossili. Fatta questa premessa, le soluzioni migliorative sono molteplici e quella elettrica si inserisce in un quadro più ampio di soluzioni che vede altre tecnologie già disponibili contribuire all’affermazione di un modello di mobilità sostenibile, come i biocarburanti liquidi, il biogas e il gas naturale (liquido o compresso). Al beneficio ambientale si coniuga il vantaggio competitivo, sfruttando infrastrutture esistenti. Inoltre passi avanti possono ancora essere fatti per migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto sia dei motori che dei carburanti, confermando il trend di miglioramento degli ultimi decenni.

La raffinazione è tornata al centro dell’interesse degli operatori sia in Italia che all’estero. Le grandi majors hanno ripreso ad investirvi per accrescerne la competitività, migliorare la qualità dei prodotti, sviluppare prodotti innovativi quali i biocarburanti. Come si posiziona l’Italia in questo scenario?

Bene. L’Italia vanta una leadership a livello mondiale nella produzione di biocarburanti innovativi grazie alla riconversione di due raffinerie (Porto Marghera e Gela) adottando una tecnologia italiana. L’iniziativa è significativa se la inseriamo nel più ampio contesto dell’economia circolare, nuova frontiera del mondo industriale, dove si valorizza sempre di più il recupero e riciclo dei rifiuti per la loro trasformazione in prodotti energetici commercializzabili. La trasformazione delle raffinerie tradizionali in bioraffinerie ha dimostrato come in Italia ci siano tecnologie, competenze e capacità di convertirsi sulla base dell’evoluzione dei mercati.

I prodotti petroliferi giocheranno un ruolo importante nei prossimi decenni, bisogna continuare ad investire nell’industria italiana della raffinazione che ha standard di sicurezza e protezione ambientale tra i più alti a livello mondiale

È poi da riconoscere che il settore della raffinazione tradizionale italiano è avanti anche nell’adottare tutti gli standard di sicurezza e protezione ambientale che pongono il settore ai più alti livelli non solo in Europa ma nel mondo.

Le proiezioni ci dicono che i prodotti petroliferi giocheranno ancora un ruolo importante nei prossimi decenni e per questo motivo credo sia decisivo continuare ad investire nell’industria nazionale per continuare ad assicurare l’utilizzo di processi industriali e pratiche ambientali all’avanguardia.

In un Suo intervento Lei ha citato il rischio adombrato da WoodMcKenzie di una “clean energy uthopia”: l’idea cioè che il mondo possa fare a meno delle fonti fossili. Come ridurre questo rischio e diffondere l’idea che questo traguardo è appunto un’utopia, come sostiene anche l’Agenzia di Parigi, pur nella necessità di consolidare il processo di transizione al dopo-fossili?

Alla vigilia del 2020 ci sono ancora Paesi che non hanno accesso all’energia e a sistemi puliti di cottura. I Paesi emergenti hanno bisogno di far crescere le proprie economie al minor costo possibile e nel modo più sostenibile. La lotta ai cambiamenti climatici è una sfida da affrontare a livello universale tenendo conto delle diverse realtà ed esigenze del pianeta. Certamente è responsabilità dei paesi più sviluppati adottare modelli di crescita più sostenibili e condividerli, unitamente alle tecnologie e al know how, con quelli in via di sviluppo al fine di perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione in un tempo sufficiente per evitare l’irreversibilità dei cambiamenti climatici. Fondamentale a questo punto che i Paesi industrializzati, che come l’Italia sono in prima fila nel processo di transizione verso un modello economico più sostenibile, assicurino alle aziende il contesto giusto per investire in ricerca e innovazione sfruttando al massimo tutte le competenze e le opportunità di crescita.

L’intervista è stata pubblicata sul Blog Energia